TED per tutti

TED per tutti

Cosa sono le TED? Le TED sono magia, sono una finestra aperta sul mondo, sono ispirazione, positività, energia. Sono conferenze che offrono la possibilità di conoscere il pensiero di menti brillanti e le storie speciali di persone dalla vita straordinaria. Sono per chi ha il DNA curioso, per chi cerca la meraviglia e ha voglia di emozionarsi.

Con le TED si divulgano idee utili su arte e spettacolo, medicina, design, innovazione e tecnologia, su crescita personale e stile di vita, sui diritti umani, il folklore, il pianeta. Le TED hanno un talk per tutto e per tutti.

Wow, che pizza, dirai te! E se invece intercettassi speaker coinvolgenti che affrontano con leggerezza e ironia anche i temi più duri trasportandoti per venti minuti nel loro mondo fantastico? Non ci credi? Guarda il talk di Simon Sinek su come i grandi leader ispirano all’azione,  (oltre 30 milioni di views) o quello divertente e commovente insieme di Jill Bolte Taylor, neuroscienziata di Harward, che racconta il lalaland del suo ictus cerebrale: me-ra-vi-glio-so!

Arriverai alla fine dei video? Sicuramente. Scommettiamo? (Ah, se ti è più semplice, attiva i sottotitoli in italiano e mettiti comodo, il tuo tempo sarà speso bene!).

10 suggerimenti per una comunicazione gentile

10 suggerimenti per una comunicazione gentile

C’è bisogno di educazione, per suscitare coscienza. C’è bisogno di gentilezza, per favorire empatia, amicizia, socievolezza.

Eppure, a Trieste non si è parlato di garbo, affabilità e cortesia, ma di hate speech, flaming, harassment, trickery, trolling, pratiche scorrette della vita online accettate tacitamente sulla base dell’assunto che il web debba essere un luogo in cui esprimersi liberamente.  Si giustifica come parte del gioco l’odio che si fissa sul significato delle parole, l’odio per come sono scritte, l’odio per chi le scrive, sottovalutando che online – così come succede offline – il silenzio e l’indifferenza giocano a favore delle worst practice.

Nel web tutto accade in modo velocissimo, il pensiero lento non è previsto. Le dita corrono spedite sulla tastiera. L’invio è solo un click fulmineo. Non si rilegge, non si contestualizza. Non si riflette su come un pensiero o una forma espressiva possano ferire gratuitamente. Via libera alla frustrazione, all’invidia, all’impotenza. La rete si trasforma nella vetrina delle fragilità.

Di fronte al fenomeno c’è chi aumenta la propria sensibilità e il proprio grado di attenzione sentendo l’esigenza di fare qualcosa concretamente. Così nasce Parole O_Stili, una due giorni di lavoro e confronto appena terminata  che ha raccolto professionisti dell’informazione, linguisti, docenti universitari, politici e personalità dello spettacolo per sensibilizzare a stili, principi e comportamenti della comunicazione non ostile.

L’obiettivo non è dei più facili da centrare: un corretto uso delle parole implica capacità di argomentazione, rispetto dell’interlocutore, abbandono di pratiche aggressive e denigratorie. Tuttavia non possiamo continuare a ignorare le conseguenze che le parole possono provocare e, mentre la dicotomia reale/virtuale sembra ormai annullarsi, nasce l’esigenza di immaginare un’educazione digitale per nativi e non che tenga conto della “frenesia” di farsi ascoltare, del delirio di onnipotenza di poter dire qualunque cosa e del potere, che la rete possiede, di amplificare, ricordare e distorcere qualsiasi messaggio. Purtroppo, che le parole siano importanti lo si scopre spesso troppo tardi, a tragedia avvenuta.

Il Manifesto della comunicazione non ostile raggruppa dieci punti su cui riflettere. Sono emersi grazie alla esperienza e alla sensibilità di chi in rete ci lavora, ma sono frutto anche del buon senso e di un tipo di educazione che rende possibile una positiva partecipazione alla vita sociale. Sostenere l’iniziativa è quello che possiamo fare per rendere il web un posto più bello dove stare.

 

 

Disruptive innovation: abbiamo un problema?

Disruptive innovation: abbiamo un problema?

Sì, abbiamo un problema 

Il problema è lo stesso che si ripresenta all’affermarsi di una nuova disruptive innovation, un’innovazione che non procede in modo incrementale, ma che crea uno strappo, pone una linea netta di demarcazione tra un prima e un dopo, scalza il paradigma esistente a favore di uno nuovo più adeguato a risolvere i problemi posti dalla ricerca.

Si tratta della disoccupazione tecnologica, una mancanza di lavoro causata dall’affermarsi di un’innovazione che scombina il peso dei fattori produttivi riducendo senza pietà quello del lavoro a favore dell’introduzione di nuove macchine, cala la scure su professionalità e attrezzature obsolete, su processi superati e mentalità incapaci di inquadrarsi in un nuovo contesto di riferimento, stravolge la struttura economica e sociale della comunità che la riconosce e l’accetta. Un momento durissimo da affrontare, soprattutto per quelli che si sentono maggiormente minacciati perché impossibilitati a reggere il cambiamento.

Tuttavia, se nel breve periodo la battaglia si profila spietata, nel lungo termine il tessuto sociale ed economico sarà in grado di riassorbire il colpo e distribuire miglioramenti nella vita di tutti. La storia ci insegna molto su questo, basta volerlo guardare.

Oggi, a rompere gli schemi tocca all’industria 4.0: macchine digitali, sistemi cognitivi, sensoristica, processi informatizzati e interconnessi. Detta così sembra una sfida all’O.K Corral ed è innegabile che sul piano economico lo sia veramente. La perdita attesa di posti di lavoro nel mondo è stimata in cinque milioni di unità in quattro anni, ma come per tutte le cose, il modo in cui raccontiamo un fenomeno influenza le opinioni che ne scaturiscono. Il racconto non è mai neutrale e io preferisco essere ottimista.

 

O forse no?

Oltre a mettere in atto tutta una serie di contromisure rivolte ad acquisire o riappropriarsi di un profilo professionale adeguato alla domanda delle aziende (ne parlo qui) perché non ci chiediamo che cosa le macchine sapranno fare meglio di noi? Quali impieghi, quali scenari e nuovi paradigmi? Come faremo le cose (istruzione, sanità, servizi finanziari, governo) con chi e come ci interfacceremo? Di quali nuovi servizi potremo godere e a quali costi? In quali contesti potranno venirci in aiuto le macchine cognitive? Rispondere a queste domande ci riserverà senza dubbio incredibili sorprese, ma soprattutto ci farà capire che in questo nuovo scenario l’uomo è ancora decisore e spetterà a lui ridisegnare un nuovo sistema sociale definendo attori e interazioni, valori e norme condivise.

Nel 1930 John Maynard Keynes prevedeva che dalla collaborazione tra uomini e macchine sarebbe scaturita un’era in cui, liberati dalle necessità legate alla produttività, ci saremmo potuti dedicare al soddisfacimento di bisogni di livello superiore impegnando in questo tutto il nostro tempo (J.M.Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, giugno 1930). Mi piace pensare che possa essere così. E allontanando da me fosche immagini di orizzonti apocalittici e sistemi sociali distopici, voglio immaginare un’alleanza tra uomo e macchina in cui le nuove intelligenze ci aiutano a ragionare, a valutare e a prendere le migliori decisioni in un mondo complicato da decifrare.

 

 

 

Profili professionali 4.0 tra opportunità e minacce

Profili professionali 4.0 tra opportunità e minacce

Sopravvissuti alla nascita dell’informatica e all’affermarsi dell’elettronica e dell’IT eccoci a fronteggiare la digital trasformation. Diavolo, una rivoluzione industriale a secolo potrebbe bastare, e invece no. L’innovazione non bada al nostro affanno e ci stupisce offrendoci il trastullo di pervasivi device, all’ombra di inquietanti macchine intelligenti interconnesse e di robot collaborativi (vedremo fino a quando).

Le tecnologie digitali stanno modificando radicalmente i modelli di business esistenti e il mercato premia coloro che sanno innovare. Per le aziende, i benefici della cosiddetta industria 4.0 si traducono in maggiore competitività attesa e il  Piano nazionale industria 4.0 recentemente approvato dal Governo prevede svariati miliardi di investimenti di parte pubblica e privata. Un’occasione da non perdere, soprattutto per tutte quelle PMI che viaggiano a velocità ridotta, trainate da logiche di gestione familiare e micro imprenditoriale spesso lontane anni luce da un’idea di riorganizzazione in ottica digitale.

Uno spazio si crea anche per chi vuole inserirsi nel mondo del lavoro o, essendoci già, ha necessità e volontà di riqualificarsi. Una ricerca condotta da Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza con l’Università di Milano Bicocca-Crisp, recentemente ripresa dal Sole 24 Ore, rileva che dal 2010 il mondo del lavoro ha mostrato un certo interesse verso profili professionali riconducibili all’industria 4.0.

Figure chiave, figure emergenti e figure emergenti nuove: quanti e quali sono i profili professionali 4.0

L’analisi qualitativa dei profili professionali legati all’industria 4.0 ha fatto emergere 65 figure riconducibili a tre filoni principali:

  • trattamento e analisi delle informazioni (big data, business intelligence);
  • progettazione di applicazioni associate ai nuovi media e ai social network;
  • automazione dei processi produttivi e logistici.

Di queste, 29 risultano figure chiave perché nell’ultimo quinquennio hanno fatto registrare un numero di eventi lavorativi superiori alla media e un trend stabile o in crescita.

29-figure-emergenti

Delle 29 figure chiave, 16 hanno registrato un saldo positivo tra avviamenti e cessazioni e vengono considerate figure emergenti. Sono rappresentate da tecnici della vendita e della distribuzione, analisti e progettisti di software, conduttori di macchine e macchinari, disegnatori tecnici e ingegneri meccanici, operatori di catene di montaggio automatizzate, tecnici della produzione alimentare, manifatturiera, per le telecomunicazioni, esperti in applicazioni.

professioni industria 4.0

 

La ricerca non si è fermata qui. Grazie a un sofisticato software (Wollybi) che ha permesso di analizzare un database on-line contenente oltre un milione di annunci di lavoro, ha rilevato ulteriori figure non ancora classificate secondo i criteri Istat. Sono figure emergenti nuove: mobile developer (specialisti nella programmazione e nello sviluppo di software applicativi con sistemi operativi IOS e Android per mobile), analisti di sistemi informativi aziendali e tecnologie informatiche finalizzate a supportare le performance e i processi decisionali delle imprese (business intelligence), social media specialist/ social media marketer/social network analyst (esperti nell’analisi di dati ricavati dai social, finalizzata al miglioramento dei risultati di business).

Le skill e le soft skill per le figure più significative

L’industria 4.0 richiede forte padronanza delle lingue straniere, che deve passare a un livello più tecnico e meno social, comprensione dei linguaggi di programmazione oltre la preparazione di base (Java, Javascript, Phyton, C#, C++, SQL, Visual Basic, ecc.) e dimestichezza nell’uso degli applicativi software  effettivamente in dotazione alle imprese andando al di là dell’impianto teorico (Cad- Autocad, ERP).

Per le soft: capacità comunicativa, team working, flessibilità intesa come disponibilità negli spostamenti e negli orari. Irrinunciabile il problem solving. Intraprendenza, precisione, affidabilità e determinazione completano il quadro.

Tutto automatizzato, tutto robotizzato?

Può essere. Oggi, ma ancora di più domani, ci affideremo a un’intelligenza artificiale capace di leggere, interpretare ed elaborare quantità enormi di informazioni in frazioni di secondi. Arriverà il tempo in cui dovremo riconoscerne la superiorità? In alcuni ambiti è già accaduto, ma non dimentichiamo che robotica e tecnologia non possono ancora sostituire la creatività e l’esperienza del capitale umano e che spetta a noi indirizzarne lo sviluppo in modo che risulti positivo per l’intera collettività.

C’è un device, tra me e te

C’è un device, tra me e te

Credetemi, condividere le vacanze con un device dipendente ha un suo fascino. Posto che si abbandoni strategicamente il ruolo di vittima e si prenda in mano la situazione. Riesce così più facile comprendere come mai, seduta da oltre venti minuti al tavolo di un bar fronte mare con serviti due cappuccini (uno consumato e l’altro ormai freddo), invece di essere fuori da ogni grazia di dio, mi chiedo con l’anima in pace quanto tempo impiegherà il posseduto ad accorgersi che per non essere costretta ad ascoltare la fastidiosa conversazione telefonica in cui si è intrappolato, ho, nell’ordine,  allungato il passo, svoltato l’angolo, scelto un baretto accogliente, ordinato i due cappuccini a una cameriera gentile, sorseggiato il mio, sfogliato distrattamente un giornale, risposto a un paio di mail.

Eccolo lì che ricompare. Mi guarda lievemente sorpreso e con un accenno di affanno domanda: “Ma dov’eri finita? È un quarto d’ora che ti cerco”. Poi, abbassa gli occhi sul diabolico iPhone ancora brandito nel pugno, un bip-bip lo avvisava dell’arrivo di un messaggio su Whatsapp. Mi fissa di nuovo. Ok, lo sguardo è colpevole. C’è speranza.

porticciolo Camogli

 

Alla tecnologia siamo più o meno avvezzi. Ricordo come cambiò l’organizzazione familiare con l’acquisto del primo frigorifero, per non parlare della televisione. E il telefono? La cornetta si alzava solo in caso di effettiva necessità e mai dopo le ventuno. Loro erano lì, a nostra disposizione, servi muti di un padrone distratto.

Poi ci siamo confrontati con il personal e lo smartphone, abbiamo giocato con la Wii e la Play, letto con il tablet, ascoltato musica con l’iPod, in un crescendo di pervasione tecnologica ulteriormente potenziata dall’integrazione dei diversi sistemi che non ha risparmiato i più reconditi meandri della coscienza. Possiamo far finta di non aver visto una mail (ultimamente capita anche ai più puri) ma proviamo a negare di aver ricevuto un messaggio su Whatsapp.

E come resistere al richiamo della Realtà Aumentata? Playstation VR, Oculus Rift, Htv viveGear Vr, visori, caschi, elmetti che permetteranno alla nonna di visitare el Prado dalla poltrona di casa senza correre il rischio di rompersi il femore, dal sedile della propria Hyundai papà sperimenterà l’euforia di un volo fly-by-wire a bordo di un Mig-35 e mamma, tra una lavatrice e l’altra, partirà alla ricerca del Passaggio a Nord-Ovest in compagnia di Alberto Angela. Incredibilmente, all’ora di cena saranno tutti di nuovo insieme.

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È innegabile che nell’evoluzione di Sony, Samsung, Facebook e dei altri colossi tecnologici esista la visione di un mondo virtuale sempre più corrispondente alla realtà in termini di perfezione visiva e uditiva, scrive Paolo Crepet nel suo Baciami senza rete. Tutto di guadagnato? Beh, sembra che le cose non stiano proprio così.Come riporta lo psichiatra sociologo, il filosofo tedesco Byung-Chul Han, insegnante all’Università di Berlino, ha evidenziato nell’uso delle moderne tecnologie un auto sfruttamento tra uomo e device in cui a dominare non è l’essere vivente. Una visione un po’ apocalittica che tiene presenti molti elementi senza demonizzare e andare contro a prescindere. 

paolo-crepetAnche se tutte le tecnologie hanno in sé un forte potenziale di emancipazione, in effetti quelle digitali esigono una devozione altissima. Un paragone è presto fatto: così come Charlie Chaplin in Tempi moderni era schiavo della sua chiave inglese tanto che pure sonnambulo continuava a maneggiarla e rimaneggiarla, anche noi non possiamo fare a meno di accedere al device di turno, magari anche due contemporaneamente. E tutto questo, con la convinzione di non esserne prigionieri.

È una nuova, inconsapevole, forma di dipendenza accettata e condivisa. 

Secondo una ricerca condotta proprio quest’anno da Maura Manca, psicoterapeuta e Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza, il tempo medio di utilizzo della tecnologia digitale da parte di un bambino va dalle sette alle tredici ore extrascolastiche. Non oso immagine quello di un adulto che rimane connesso anche per lavoro.

Con i social, Youtube, Google e gli altri motori di ricerca, la rete in generale, abbiamo accesso a immense biblioteche di sapere con una facilità e una immediatezza inimmaginabili fino a poco più di un decennio fa.

Il lato oscuro della faccenda è che per tutto questo c’è un prezzo da pagare ed è rappresentato dal tempo che dedichiamo alle nuove tecnologie sottraendolo alle interazioni della vita reale (su quanto possa diventare reale la vita virtuale è un discorso affascinante) e dalle informazioni che cediamo riguardo i nostri gusti, i nostri piaceri e interessi, le nostre propensioni agli acquisti (insomma, una parte di noi). Ogni volta che googliamo, che visitiamo Amazon, Wikipedia, Paypal, che usiamo il GPS o il bluetooth, che utilizziamo sensori di varia natura, lasciamo dietro di noi “briciole di pane”, milioni di informazioni prodotte ogni giorno che, una volta immagazzinate, strutturate e analizzate, costituiscono il differenziale competitivo delle aziende: i big data.

Ce la faremo a riappropriarci della parte di noi posseduta dai seducenti device? Sì, se saremo in grado di compiere un atto rivoluzionario: lasciare il congegno là dove deve stare – nella tasca, nella borsa, sul tavolo o chiuso in un cassetto – limitarne l’uso, reprimere stoicamente l’irrefrenabile desiderio di sfiorarlo per sentirci indissolubilmente connessi al resto del mondo, ma sconnessi da noi stessi e da chi ci sta di fronte.