Disruptive innovation: abbiamo un problema?

Disruptive innovation: abbiamo un problema?

Sì, abbiamo un problema 

Il problema è lo stesso che si ripresenta all’affermarsi di una nuova disruptive innovation, un’innovazione che non procede in modo incrementale, ma che crea uno strappo, pone una linea netta di demarcazione tra un prima e un dopo, scalza il paradigma esistente a favore di uno nuovo più adeguato a risolvere i problemi posti dalla ricerca.

Si tratta della disoccupazione tecnologica, una mancanza di lavoro causata dall’affermarsi di un’innovazione che scombina il peso dei fattori produttivi riducendo senza pietà quello del lavoro a favore dell’introduzione di nuove macchine, cala la scure su professionalità e attrezzature obsolete, su processi superati e mentalità incapaci di inquadrarsi in un nuovo contesto di riferimento, stravolge la struttura economica e sociale della comunità che la riconosce e l’accetta. Un momento durissimo da affrontare, soprattutto per quelli che si sentono maggiormente minacciati perché impossibilitati a reggere il cambiamento.

Tuttavia, se nel breve periodo la battaglia si profila spietata, nel lungo termine il tessuto sociale ed economico sarà in grado di riassorbire il colpo e distribuire miglioramenti nella vita di tutti. La storia ci insegna molto su questo, basta volerlo guardare.

Oggi, a rompere gli schemi tocca all’industria 4.0: macchine digitali, sistemi cognitivi, sensoristica, processi informatizzati e interconnessi. Detta così sembra una sfida all’O.K Corral ed è innegabile che sul piano economico lo sia veramente. La perdita attesa di posti di lavoro nel mondo è stimata in cinque milioni di unità in quattro anni, ma come per tutte le cose, il modo in cui raccontiamo un fenomeno influenza le opinioni che ne scaturiscono. Il racconto non è mai neutrale e io preferisco essere ottimista.

 

O forse no?

Oltre a mettere in atto tutta una serie di contromisure rivolte ad acquisire o riappropriarsi di un profilo professionale adeguato alla domanda delle aziende (ne parlo qui) perché non ci chiediamo che cosa le macchine sapranno fare meglio di noi? Quali impieghi, quali scenari e nuovi paradigmi? Come faremo le cose (istruzione, sanità, servizi finanziari, governo) con chi e come ci interfacceremo? Di quali nuovi servizi potremo godere e a quali costi? In quali contesti potranno venirci in aiuto le macchine cognitive? Rispondere a queste domande ci riserverà senza dubbio incredibili sorprese, ma soprattutto ci farà capire che in questo nuovo scenario l’uomo è ancora decisore e spetterà a lui ridisegnare un nuovo sistema sociale definendo attori e interazioni, valori e norme condivise.

Nel 1930 John Maynard Keynes prevedeva che dalla collaborazione tra uomini e macchine sarebbe scaturita un’era in cui, liberati dalle necessità legate alla produttività, ci saremmo potuti dedicare al soddisfacimento di bisogni di livello superiore impegnando in questo tutto il nostro tempo (J.M.Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, giugno 1930). Mi piace pensare che possa essere così. E allontanando da me fosche immagini di orizzonti apocalittici e sistemi sociali distopici, voglio immaginare un’alleanza tra uomo e macchina in cui le nuove intelligenze ci aiutano a ragionare, a valutare e a prendere le migliori decisioni in un mondo complicato da decifrare.

 

 

 

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