Economia, cultura e creatività

Symbola-2015Nel nostro paese è ancora presente una forte difficoltà a connettere cultura con economia, tuttavia  qualcosa si muove nella direzione migliore. Principalmente si tratta di una presa di consapevolezza, supportata da dati economici che indicano nelle industrie culturali uno dei traini dell’economia e dei fattori di sostegno dell’occupazione.

Dal Rapporto 2015 Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Regione Marche e FriulAdria – unico studio in Italia che annualmente quantifica il peso della cultura e della creatività nell’economia nazionale – emerge che le imprese della filiera in esame producono 78,6 miliardi di valore aggiunto e attivano altri settori dell’economia arrivando a muovere complessivamente il 15,6% del valore aggiunto nazionale, equivalente a 227 miliardi di euro.

Nel periodo 2013/2014 – in piena crisi – le imprese che hanno investito in creatività hanno aumentato il proprio fatturato del 3,2%, mentre tra le non investitrici il fatturato è sceso dello 0,9%. E sempre le imprese che hanno investito in creatività sono state premiate con incremento dell’export  del 4,3%. Al contrario, chi non ha puntato su questo asset ha visto le proprie esportazioni crescere in misura minore, solo 0,6%.

L’Italia è un paese dalla forte impronta manifatturiera, è il paese delle botteghe artigiane, del saper fare, della tradizione. Non c’è da stupirsi se i quattro grandi poli specializzati nella vendita di beni collegati al prodotto culturale italiano si concentrano nelle più importanti aree del Made in Italy:

  • una riferibile al cuore della Toscana (Arezzo, Pisa, Firenze, Siena, Massa Carrara e Pistoia);
  • un’altra all’area adriatica marchigiana per la lavorazione delle pelli, del mobilio e del lusso da diporto (Rimini, Pesaro-Urbino, Ancona, Macerata, Ascoli Piceno e Teramo);
  • una terza riferibile alle province meridionali del Piemonte (Alessandria per la gioielleria, Cuneo e Asti per l’alimentare);
  • un’ultima, infine, localizzata nel cuore del Triveneto, rappresentata dalle province di Vicenza per la gioielleria e la concia delle pelli, Pordenone, Treviso, Udine e Gorizia per l’arredamento, Verona per l’alimentare).

In campo culturale e con particolare riguardo al patrimonio, ciò che contraddistingue l’Italia dagli altri competitor è una formidabile rendita di posizione: il patrimonio artistico e culturale del nostro paese è qualcosa di veramente stupefacente (e soprattutto inimitabile) a livello internazionale. E’ infatti il primo paese al mondo per numero di siti iscritti nel Patrimonio mondiale UNESCO, 51 su 1017.

Purtroppo, l’identità culturale italiana è in preda a un lento ma costante declino. La drammatica sottovalutazione del potenziale strategico della cultura e il conseguente disinvestimento stanno progressivamente togliendo spazio ed energia al nostro posizionamento globale a favore di paesi con una tradizione culturale spesso inferiore, ma di fatto molto più dinamici e propositivi.

Se ai primi del ‘900 l’Italia era al primo posto per arte e architettura e al secondo per la moda, già a metà secolo scende in terza e quarta posizione e scivola ancora più giù a fine secolo. Si salvano (relativamente) cibo, moda e design che riguadagnano un po’ di terreno. In linea generale, mentre i settori prettamente culturali perdono importanza, i settori creativi legati al design in tutte le sue forme mantengono e guadagnano consenso. Non a caso, l’unico settore che guadagna posizioni sulla scala globale è quello del cibo (attualmente considerato una forma di design), ma questo è anche l’unico settore culturale per il quale negli anni si è cercato di fare una reale politica di crescita.

Il modello italiano di governance nell’ambito della cultura e delle industrie creative “…è frammentato, policentrico, poco trasparente sotto il profilo della gestione. L’assenza di un perimetro ben definito e condiviso, la moltiplicazione delle fonti di finanziamento a livello nazionale e regionale che riflette una non ordinata attribuzione di competenze tra le varie istituzioni, comporta il rischio di sovrapposizioni improduttive e rende sempre critico l’impiego ottimale ed efficiente delle risorse disponibili.” (Flavia Barca, Corriere della sera 4/2/2013)

Per sostenere e rilanciare il modello italiano è necessario mettere in atto strategie a livello locale capaci di innescare reazioni positive nei vari comparti in modo da restituire lustro e vivacità a tutto il settore rendendolo più attraente e competitivo a livello globale.

Il rapporto Symbola/Uniocamere 2011 proponeva la promozione di incubatori di imprenditorialità creativa attraverso il recupero di edifici del patrimonio storico e culturale. Una sorta di milieu creativi in cui fornire servizi e favorire reelazioni per promuovere partnership di natura imprenditoriale (consulenze legali, tecnico-commerciali, di marketing e comunicazione, ma anche potenziali investitori, possibilità di accesso al credito, di tutoraggio, ecc.).

progetti imprenditoriali incubati, appositamente selezionati da comitati tecnico-scientifici esperti, devono essere idee di grande potenziale commerciale in grado di dare vita a nuove imprese capaci di continuare la loro attività autonomamente. In particolare per l’Italia, caratterizzata da una grande artigianalità fortemente radicata al territorio, le produzioni dovranno operare un salto di qualità pur continuando ad operare secondo una logica tradizionale di filiera (per esempio passare da una concezione sartoriale della moda alla haute couture). È un passaggio importante che non tutte le piccole e medie imprese italiane hanno la capacità di affrontare da sole e per questo devono trovare sostegno e accompagnamento nel percorso.

È necessaria allora la costituzione di un centro di ricerca e sviluppo in grado di fornire una panoramica aggiornata sulle ultime ricerche, sulle tendenze internazionali e sulla evoluzione delle tecnologie produttive, dei materiali, dei mercati. Un’attività che deve prevedere anche il coinvolgimento di imprenditori di aree complementari.

È necessario costituire partnership con realtà accademiche e scientifiche prestigiose e favorire la presenza di ricercatori e studenti internazionali che stimolino e competano con il sistema di ricerca e di formazione nazionale ancora molto autoreferenziale.

È necessario creare spazi relazionali e residenziali comuni, in primo luogo a beneficio dei residenti e solo successivamente dei turisti, in cui gli eventi culturali vengono proposti in modo continuo e ricorrente tali da farli considerare non più un evento eccezionale, bensì una buona pratica quotidiana.

È necessario applicare un modello di sviluppo locale a base culturale. Nel lungo termine, una programmazione di qualità è più auspicabile di un programma di grandi mostre, dai costi elevati e bisognose di attrarre flussi molto rilevanti di visitatori per poter raggiungere condizioni di sostenibilità. Non ha alcun senso affollare gli spazi storici, nati per contenere quantità limitate di occupanti, con masse di visitatori distratti da eventi-spettacolo che lasciano una impronta del tutto effimera sul tessuto culturale ed economico della città. L’idea è invece quella di mettere a punto un programma dai costi contenuti, ma dall’elevata qualità, che trovi il proprio bacino di utenza negli istituti scolastici , negli uffici stile e ricerca delle aziende, nell’associazionismo culturale. Questa impostazione di base non impedisce, tuttavia, di mettere a punto progetti più impegnativi nel caso si dovessero presentare opportunità di particolare interesse volte a valorizzare le caratteristiche e le peculiarità del sistema locale nel suo complesso.

È necessario ripensare agli spazi commerciali. Devono essere diversificati per presentare prodotti e marchi diversi, con allestimenti e concept differenti e, nel caso siano compresi in zone ad elevata valenza storico-culturale, essere utilizzati come vetrine espositive dei prodotti d’eccellenza del territorio mixando proposte culturali dall’ampio respiro che abbiano la capacità di trasmettere un’idea di qualità, di ricerca estetica, di internazionalità.

A tutto questo si deve aggiungere la produzione culturale in quanto tale: mostre, performance, concerti, conferenze, e così via. Il processo di rinnovamento e di ripensamento del sistema-città senza limitarsi alle zone centrali e a quelle di particolare pregio storico-culturale, ma deve espandere il propri confini verso le zone periferiche della città.

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