L’epoca più complessa è la mia

complicato-complesso (2)La società in cui viviamo è attraversata da mutamenti rapidissimi, straordinari e talvolta sconvolgenti che investono ogni campo, da quello del linguaggio e della comunicazione a quello dell’economia, da quello culturale e artistico a quello scientifico e tecnologico.

L’abbandono delle visioni totalizzanti, delle legittimazioni assolute e delle metanarrazioni che affondavano le radici nell’Illuminismo e che hanno guidato l’umanità fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ha determinato il passaggio dal paradigma dell’unità al paradigma della complessità in cui si esercitano pratiche culturali di rottura, frammentazione, regionalizzazione, dissociazione e ibridazione. L‘imperativo ora è decostruire, sovvertire, decontestualizzare, per poi costruire di nuovo.

La mancanza di punti fermi, generata dai cambiamenti repentini che caratterizzano questa fase in perenne mutamento, alimenta incertezza e indecisione con le quali è necessario imparare a convivere, cercando vie agibili che portino ad un adattamento, agendo con tolleranza e dialogo, abbandonando la presunzione di possedere verità assolute.

In questo “mondo liquido”, le circostanze attuali risultano minacciose perché difficilmente comprensibili alla nostra struttura mentale. La realtà esterna, infatti, viene costruita dalla nostra mente elaborando percezioni della realtà esterna attraverso schemi mentali, strutture cognitive che contengono informazioni desunte da esperienze passate depositate nella memoria. Gli schemi influenzano la raccolta, l’interpretazione e la comprensione delle informazioni dell’oggetto della conoscenza, includendo gli attributi che lo caratterizzano e i legami tra di essi.

Gli schemi devono cambiare: la complessità come cifra della globalizzazione
Così come gli scienziati utilizzano paradigmi per muoversi nel campo della ricerca, tutti noi utilizziamo schemi per elaborare informazioni che riguardano aspetti della realtà e che rimandano a noi stessi (schemi di sé); che ci aiutano a descrivere le persone in base alle loro caratteristiche personali (schemi di persona); che ci guidano nelle relazioni sociali (schemi di ruolo); che ci facilitano la comprensione delle regole e del codice comportamentale che si devono utilizzare nelle diverse situazioni sociali (schemi di eventi).

Attraverso gli schemi elaboriamo molto più velocemente le molteplici informazioni provenienti dall’esterno attuando sì un’economia delle risorse cognitive, ma al tempo stesso esponendoci al pericolo di incorrere in errori, poiché il prodotto finale dell’elaborazione si basa su concetti che già possediamo, negando talvolta l’evidenza della realtà oggettiva per conservare opinioni e credenze interiorizzate.

Ogni generazione giudica la propria epoca più difficile rispetto a quelle precedenti, ma in realtà questo avviene semplicemente perché essa si trova davanti a schemi di eventi che non sono compresi e che per esserlo, richiedono uno sforzo di ri-concettualizzazione e ri-contestualizzazione della complessa situazione attuale.

Ecco allora che per non essere sopraffatti dagli eventi, occorre abbandonare i vecchi schemi e i vecchi atteggiamenti mentali per abbracciarne di nuovi che, modificando radicalmente il punto di vista noto, rendono possibile affiancare alla necessità umana di regole, ordine e prevedibilità (la sicurezza), l’incertezza del nuovo, dello sconosciuto, della confusione, del disordine (il possibile).

Complicato vs. complesso
Complicato e complesso: termini che spesso vengono confusi e usati indifferentemente, ma che in realtà corrispondono a significati ben diversi. Brenda Zimmerman, professore di Strategic Management presso la Scuola Schulich of Business alla York University di Toronto, esperta di teorie della complessità applicate al management e alla leadership nelle organizzazioni, ci offre una chiarissima distinzione tra i due vocaboli: “Complicato è qualcosa di essenzialmente meccanico, complesso è qualcosa di essenzialmente relazionale. Il complicato è qualcosa su cui si deve lavorare. Il complesso è qualcosa con cui si deve lavorare. Complicato è una parola appropriata in un mondo i cui effetti sono prevedibili. Il complesso deve riconoscere e rispondere dell’incertezza.”

Il concetto di complessità – ciò che ha determinato la necessità del cambiamento e caratteristica emergente della società postmoderna – è stato analizzato da Niklas Luhman nel suo Teoria della società. Luhman non la considera un’operazione che il sistema/società compie o che in esso/a si verifica, ma la definisce come uno stato di fatto che viene espresso in due diverse versioni coesistenti e indissolubili: come unità e come molteplicità. Un paradosso insomma, composto da due fattori: gli elementi e le relazioni. Pertanto, una unità si dice complessa quando è composta da più elementi legati mediante relazioni che aumentano in progressione geometrica quando si aumenta il numero degli elementi stessi e cioè quando il sistema cresce. E il nostro è un sistema/società che cresce, demograficamente, e cambia, con i processi messi in atto dalla globalizzazione: la rivoluzione informatica e telematica, l’estensione su scala globale dei processi economici, sociali e culturali, l’incremento degli scambi interculturali e interrazziali. È quindi ovvio che la complessità è destinata ad aumentare ulteriormente, ad assumere forme sempre diverse, ad abbagliarci e a confonderci se non sapremo guardarla con occhi diversi per carpire le migliori occasioni sarà in grado di offrirci.